LA STELE DI PALENQUE

Chi erano veramente i Maya e da dove venivano? Qual’è il reale significato delle incisioni della lastra che ricopre il sarcofago di Re Pacal?
 
di Mauro Paoletti


 

Palenque è il significato spagnolo di "steccato", quello innalzato dai "conquistadores" intorno alle case di Santo Domingo di Palenque, il paese vicino alla zona archeologica, per difendersi dagli attacchi degli Indios. L'antico nome era Nachan. A Palenque si trova il famoso tempio delle iscrizioni (620 in tutto), situato sopra una piramide alta 65 metri, formata da nove gradini, che si vuole far corrispondere ai nove mondi religiosi dei Maya. Le cinque porte del tempio simboleggerebbero la Terra, mentre la merlatura, nota come il "pettine", il cielo; facendo assumere così al tutto la rappresentazione dell'albero della vita più volte raffigurato nei palazzi di Palenque. Alberto Ruiz Lhuillier, nel 1952, vi rinvenne una tomba, attribuita al Re Pacal (in lingua maya "scudo") che ne conservava ancora i resti insieme ai gioielli ed una maschera facciale di giada. Il personaggio, secondo le iscrizioni, sarebbe vissuto 80 anni, fra il 603 e il 683; ma lo studio dello scheletro appurò che l'uomo sepolto non poteva avere più di 45 anni. La sua statura, un metro e 73 cm., era di 20 cm più alta della media e il suo cranio non presentava lo schiacciamento comune ai rappresentanti della nobiltà Maya. Mancavano anche le deformazioni dentarie caratteristiche; quindi, il dubbio che l'uomo non corrisponda a quel Re Pacal citato nelle iscrizioni. Il rinvenimento dello scheletro smentì, all'epoca, gli archeologi che non credevano tombe le piramidi Maya.

Da segnalare una curiosa notizia divulgata da "La Nazione", il 4 giugno 1994, che riguardava la scoperta, a Palenque, della tomba di un dignitario maya vissuto tra il 660 e l'800: "lo scheletro perfettamente conservato per l'ermetica chiusura della tomba, appartiene ad un uomo di circa 40 anni". Siamo di fronte ad un altro Re Pakal? La tomba, scoperta da Ruiz, conteneva resti ossei mal conservati e più vecchi degli altri ritrovati intorno al sarcofago del presunto Re; sarcofago protetto da un coperchio in pietra di circa cinque tonnellate, impossibile da rimuovere, incastrato nella costruzione, tanto da far pensare che l'intero edificio fosse stato eretto dopo la messa in opera della tomba e direttamente sulla stessa. La pietra è ancora in loco e vi si può ammirare il disegno inciso dai costruttori. Secondo Kasanzev, von Däniken, Zirov, Agrest, rappresenterebbe un astronauta che pilota un razzo; gli archeologi, ovviamente non sono d'accordo. L'uomo - non vi sono evidenti segni da far supporre che sia una figura femminile - è raffigurato in una strana posizione, tale da fornire l'impressione stia pilotando un oggetto volante: le sue mani armeggiano su delle leve, la testa poggiata su un supporto, con il volto rivolto verso la prua, lo sguardo vigile di chi sta osservando, il naso vicino a quello che sembra un respiratore. Davanti a lui tubi, utensili, apparecchi, misti a simboli scolpiti alla rinfusa. Tutta la figura è protesa in avanti con gli arti inferiori posizionati in modo da sostenere il corpo in una precisa funzione. Dietro una grossa maschera che alcuni indicano come la raffigurazione del Sole, alla cui estremità risulta evidente il getto di fiamme tipico dei razzi.
La prua è formata da un "Caluro Quesal", l'uccello assunto a simbolo solare. Qui entra in scena Adrian Gilbert, coautore con M. Cotterel del Libro "Le Profezie dei Maya", ove illustra in proposito un'altra teoria. Secondo Gilbert, riprendendo la teoria di Cotterel, sulla pietra è raffigurata la dea Chalchiuthlique e con lei gli dèi Tlaloc, Tonatiuh e Ehecatl. I simboli e i disegni rappresenterebbero, in pratica, il Popol Vuh scritto; con la creazione delle razze e le loro relative distruzioni. Anche secondo i Maya apparteniamo alla Va creazione e questo riporta alla mente altri miti, fra i quali "Le stanze di Dzyan". Diversi però sono i tempi, i cieli, le epoche e le previsioni delle catastrofi future. A quale credere dunque ? Le leggende Maya, Tibetane, Sumero-Babilonesi, Cinesi, Indù, lasciano supporre che all'inizio delle storie sia esistito un regista di origini non terrestri, appartenente al "regno dei cieli". Ma quale cielo? Quello di Sirio, di Orione, di Marduk e Thiamat; quello da cui proveniva Rama col suo "vimana", dal quale scese la "razza dei serpenti" che creò la Va razza; il cielo di Jeova o quello delle Pleiadi? La risposta al lettore.

Cercando di rimanere neutrale, vorrei evidenziare che lo scheletro è molto antico, il colore rosso della pietra simboleggia la provenienza da Est, dove sorge il sole e che Otto Muck, nel suo libro "I segreti di Atlantide", pose in risalto la somiglianza dei tratti della maschera di giada con quelli somatici del popolo basco, ipotizzando un'origine comune. Forse a Palenque è stato sepolto un superstite di Atlantide? Molte volte gli archeologi hanno inventariato, addirittura scartato, oggetti a loro sconosciuti, o ritenuti privi di significato, solo perché riproduzioni di cose non ancora scoperte dall'umanità. Fra questi le pile di Bagdad, le riproduzioni di lampade sui bassorilievi di Dendera, gli alianti egizi, gli aerei di Bogotà. Guardando i manufatti Maya moltissimi i riferimenti al volo.
Altri bassorilievi hanno fornito rappresentazioni di oggetti comuni alla nostra attuale civiltà, anche se rappresentati con infiorettature, quanto meno non attribuibili a simbolismi religiosi. Le immagini che l'occhio trasmette al cervello hanno richiami e forme precise nella nostra mente; quindi se talvolta non ne sappiamo fornire l'esatta definizione è a causa della distorsione d'immagine che si viene a creare, oppure perché ciò che stiamo guardando non fa ancora parte del nostro bagaglio informativo.

I documenti affiorati dal passato sono pieni di nozioni astronomiche, scientifiche, matematiche, mediche che non ritenevamo conosciute e praticate migliaia di anni fa, prima della loro "riscoperta".
Adrian Gilbert attacca Däniken affermando: "Non c'era nulla in Messico che suggerisse che a quell'epoca, lui o chiunque altro avesse visto una navicella spaziale, per non parlare di guidarla". Non basiamoci però sul presupposto della non esistenza perché all'epoca non era stata ancora inventata dall’uomo. Ricordiamoci degli avvistamenti dei cosiddetti "scudi ardenti" e delle "travi di fuoco". Obbiettivamente nessuno può affermare, oggi, con matematica certezza, che in Messico, nel 680 d.C., o in tempi precedenti o successivi, qualcuno abbia, visto o non visto, una navicella spaziale, o qualsiasi altro oggetto levarsi in volo; per il semplice fatto che non era presente.